
Ci lascia un maestro del cinema. Con i suoi documentari ha raccontato comunità umane che cercano di resistere all’isolamento, alla disgregazione, alla perdita di umanità. A lui, il Noir in Festival dedicò retrospettiva nel 1991. Un ricordo di Marina Fabbri
La foto è di Alessandra Miletto
Nella potenza del cinema di Frederick Wiseman ci abbiamo creduto fin dalla nascita al Noir in Festival. Fu infatti nella sua prima edizione a Viareggio del giugno del 1991, dopo gli anni del MystFest a Cattolica, che presentammo al pubblico (forse per la prima volta in Italia) alcuni dei film di questo sorprendente documentarista americano. Un’amica e collaboratrice, Maia Borelli, che allora esplorava con la sua società di distribuzione The Tape Connection il cinema di ricerca soprattutto americano ma non solo, ci propose di presentare al festival cinque film che Wiseman realizzò tra il 1967 e il 1987, tutti incentrati su istituzioni del proprio paese che gestivano la devianza mentale, la violenza urbana, la delinquenza giovanile e, in ultimo, la guerra. Erano Titicut Follies, il suo primo film, che mostra la vita all’interno del manicomio criminale di Bridgewater, Massachussetts; Law & Order, in cui i poliziotti di Kansas City, chiamati a inseguire rapinatori ma anche a sedare liti familiari, sono anch’essi vittime di un sistema regolato dal predominio del più forte invece che dalla ragione; o Juvenile Court che, raccontando senza filtri la macchina giudiziaria di un tribunale minorile, testimonia la tragica realtà di essere giovani ed emarginati nella terra del sogno americano. E poi Manoeuvre, con il suo squadrone militare che dalla Louisiana partecipa in Germania Ovest alle esercitazioni Nato, in vista di una possibile guerra tra Est e Ovest a cui ci si prepara combattendo come nella Seconda Guerra Mondiale e, infine, Missile, che entra nella base aerea Vandenberg in California, dove si formano gli ufficiali che presiedono al lancio dei missili nucleari intercontinentali, nuove divinità di un pantheon chiamato alla distruzione del mondo.
Quell’anno scoprimmo prima il fenomenale documentarista, capace di inchiodarti davanti allo schermo anche se non hai il minimo interesse per il soggetto affrontato dal film, per la forza delle sue immagini, la verità della rappresentazione (si direbbe un ossimoro vista la natura del documentario, ma sappiamo che non è così quando si sta dietro una macchina da presa), ma soprattutto ci innamorammo della persona, una delle più autentiche, belle, generose, tenere e piene di sana e irresistibile ironia che ho mai conosciuto. Quella edizione di Viareggio aveva circondato Wiseman di molti preziosi eventi: dall’omaggio al centenario di Perry Mason e il tema del Processo, con sei film ispirati a Delitto e castigo, all’«Occhio di Hitchcock», una rassegna di autori particolarmente influenzati dal Maestro inglese con la partecipazione di Robert Bloch, autore di Psycho, da «Topolino detective», con una mostra di tavole originali e una selezione di cortometraggi dal ’28 al ’35; al «Noir a Vichy», una retrospettiva di cinema di genere francese dal 1941 al 1944. Ma, soprattutto, il 1991 fu l’anno del presidente di Giuria, Krzysztof Kieślowski, che insieme a Wiseman fu protagonista di un memorabile incontro dedicato al documentario di cui purtroppo non rimane traccia né scritta né filmata: altri tempi, senza l’ossessione delle immagini di oggi, ma totalmente e irresponsabilmente radicati nell’effimero del presente.
Nel corso degli anni con Wiseman c’è stata una lunga amicizia, ogni tanto corroborata da incontri nei tanti festival europei e poi anche italiani in cui veniva sempre più spesso invitato, con le tappe obbligate di Cannes e Venezia, in cui abbiamo visto i suoi ultimi, lunghissimi e sempre magnifici film sulle varie comunità umane che nel mondo cercano di resistere all’isolamento, alla disgregazione, alla perdita di umanità imposte dal vivere contemporaneo. Viaggi nella Comédie-Française, nel Crazy Horse, nella National Gallery, nella New York Public Library, solo per citare quelli che ricordo, dove ogni volta rimanevi fregato dalla sua ineffabile capacità di narrare attraverso la realtà e, anche se non avevi tempo, nel ritmo frenetico dei festival, ti ritrovavi a passare due-tre ore in compagnia di quel cinema assoluto, necessario.
Abbiamo tutti gioito nel 2017 quando l’Academy gli ha tributato l’Oscar onorario per la sua straordinaria carriera! L’ultima volta ci siamo incontrati nel 2022 a Venezia, dove lui aveva in concorso il suo film di finzione Une couple e, allo stesso tempo, appariva come attore (sorpresa!) nel film di Rebecca Zlotowski, I figli degli altri. Seduto a uno degli affollati tavolini del Lion d’Oro, il caffè della Mostra, nel salutarmi dopo un breve incontro, mi disse che aveva appena declinato l’invito del Festival di San Pietroburgo per presentare Une couple: «È per via dell’Ucraina, una vera vergogna». La vita è stata generosa con lui, e noi siamo fortunati ad avere il suo cinema, sempre con noi. Grazie Fred!

