Trent’anni di Noir: il diario di bordo di Marina Fabbri


Nel 2010 abbiamo festeggiato a Courmayeur i vent’anni di Noir in Festival, oggi festeggiamo a Milano i nostri 30 anni: per l’occasione ho ripercorso quella folle e avvincentissima avventura che dai lidi di Viareggio ci ha portato alle nevi del Monte Bianco e poi tra il Duomo e il Lago di Como.

"Ma perché Noir in? Che c’entra con il giallo?" queste domande ce le sentivamo fare continuamente nel 1991, quando mi venne in mente (sì Vostro Onore, la colpevole sono proprio io) di proporre un nuovo nome per il festival che era partito da Cattolica alcuni anni prima. Voleva essere un mettere "in" mostra un genere; voleva sollevare il velo un po’ pudico del giallo e del mistero per scoprire il vero buco nero che nasconde i nostri mali contemporanei; voleva anche affermare una suggestione più europea, forse più elegante, o semplicemente consegnarsi senza ipocrisie al colore dell’angoscia.

A scorrere il libro dei ricordi, che poi nel nostro caso è proprio una serie di libri, ovvero di cataloghi, prende quasi una vertigine. Quanti nomi importanti, quante persone catturate dalla rete della nostra ostinata passione per "il lato oscuro delle cose", che ci hanno regalato le loro passioni, la saggezza, la follia, spesso il buonumore e, in tutti i casi, la loro esperienza umana. Come fare ad eguagliare quel primo 1991 del Noir a Viareggio che ormai resterà mitico nella memoria di tutti?

Krzysztof Kieślowski era presidente della giuria cinema, Oreste del Buono presidente di quella letteraria: che coppia, il maestro polacco del cinema che sonda l’animo umano e ama Hitchcock, col maestro della letteratura sempre curioso di verità insolite. E poi il manifesto, disegnato da quell’anima nera di artista dal cuore d’oro che è stato Mario Schifano; i registi in gara come Eric Rochant, Walter Salles, Jeffrey Reiner, Gaspar Noé; gli attori che hanno sfilato sullo schermo di Viareggio a cominciare da Dennis Hopper, Barbara Hershey e Ed Harris nel film vincitore, Il cuore nero di Paris Trout, di Stephen Gyllenhaal. Ma anche Ellen Mirren, Peter Coyote, Tchecky Karyo, John Hurt, Yvan Attal, Kristin Scott-Thomas, Charlotte Gainsbourg, Victoria Abril, Maria Barranco, Billy Zane, Jennifer Beals, Roger Hanin che faceva Navarro. E ancora Matt Dillon, Sean Young e Max Von Sydow, Bridget Fonda, Christian Slater, Steve Buscemi, Julianne Moore. L’omaggio a Frederick Wiseman, allora totalmente sconosciuto in Italia: il suo incontro con Kieślowski sul documentario rimarrà scolpito nella memoria di chi ebbe la fortuna di assistervi; il ricordo di Graham Greene, un fantastico incontro sul Processo nella chiave del "Delitto e castigo" di Dostoevskij, l’omaggio a Hitchcock e il noir di Vichy in un colpo solo; e poi il grande maestro dello spionaggio Frederick Forsyth, venuto a prendersi il Raymond Chandler Award, accanto a Topolino detective, in un concerto di alto e basso quasi rabelaisiano.

Ballammo a Viareggio soltanto un’altra estate…, sì perché eravamo al mare, al caldo di fine giugno, ma assediati da mille manifestazioni estive... Eppure, in esilio sulla costa tirrenica, abbiamo confezionato nel 1992, un’altra edizione da ricordare. All’insegna di Hugo Pratt che ci regalò un seducente Corto Maltese in impermeabile da detective per il manifesto, e del tema del "Vero e Falso: riscrivere la Storia", su cui abbiamo chiamato grandi esperti a discutere. I misteri della storia recente, assassinio di JFK compreso, hanno fatto da sfondo alla prima volta per il pubblico italiano di uno straordinario documentarista americano, Emile De Antonio, mentre il presidente della Giuria cinema era niente meno che il grande Jules Dassin. Michael Curtiz era invece con noi grazie a una scintillante retrospettiva, così come il mistero italiano di Orson Welles venne indagato dagli amici Gianfranco Giagni, Ciro Giorgini e Maia Borelli nel bellissimo documentario Rosabella poi distribuito con il nostro sostegno produttivo. I registi del passato e quelli contemporanei: la selezione ufficiale ’92 è piena di nomi significativi. Da Peter Medak a Mark Peploe, da Mike Figgis a Nicholas Roeg, da Steven Soderbergh con il suo Kafka a Lizzie Borden e Kon Ichikawa.

Ma l’avvenimento più straordinario di quell’anno fu la comparsa sul pianeta Noir di quell’alieno di talento che è Quentin Tarantino. Dopo la visione de Le iene al festival di Cannes, che ci lasciò insonni a progettare di averlo in anteprima, mi misi a caccia di Tarantino per mezza Europa, dove il giovane regista stava passando l’estate dopo la Costa Azzurra, e alla fine riuscii miracolosamente ad averlo al telefono da Amsterdam. A convincerlo a venire bastarono la presenza di Dassin, la retrospettiva di Curtiz e gli incontri sul giallo italiano. Arrivò a Viareggio con il suo camicione a quadri da boscaiolo e il suo mento alla Totò, braccia e gambe troppo lunghe. Sempre infilato al cinema, ne usciva soltanto per venire nei nostri uffici e dirci, ridendo forte: "Thank you, thank you, thank you!!". Era felice come un bambino di stare in mezzo a film che adorava, non era ancora nessuno, davvero, ma per noi era Shakespeare con una cinepresa in mano, e personalmente  ricordo la sua presenza e l’anteprima italiana del suo capolavoro come una delle più grandi soddisfazioni del mio lavoro.

Il 1993 è l’anno eroico del Grande Cambiamento, quello che segna il confine con l’età giovane lasciata alle spalle e la nuova maturità del festival a Courmayeur. Come spesso succede nei grandi cambiamenti, siamo ripartiti da zero anzi, da sotto-zero! Giorgio ed io eravamo stati ad Avoriaz, e di sicuro quel festival forse il più importante dedicato al mystery e al fantasy in Europa - ci tornò in mente quando accettammo la sfida del Monte Bianco.

Ci accolse il gelo della montagna, un pubblico rarefatto come la sua aria, e un cinema degli anni Cinquanta che forse sarebbe piaciuto molto a Tarantino, ma che ci faceva disperare per la sua povertà di mezzi tecnici. Con molta diplomazia e una buona dose di pazienza, riuscimmo comunque a far vedere decentemente blockbuster come Robin Hood, di Mel Brooks, o film d’azione come Romeo Is Bleeding di Peter Medak, che ci fece innamorare di Gary Oldman. Titoli importanti, come l’anteprima assoluta della serie tv Fallen Angels, prodotta da Sydney Pollack, di cui presentammo gli episodi firmati da Alfonso Cuaron, Steven Soderbergh, Tom Cruise e Tom Hanks in veste di registi. Quell’anno, oltre a un grande e malinconico Osvaldo Soriano (Premio Chandler) che si aggirava per le nevi di Courmayeur insieme allo sceneggiatore Giorgio Arlorio, c’erano molti autori famosi e pure il nostro amatissimo Gillo Pontecorvo alla testa della Giuria, e nessuno di noi scorderà mai il racconto dell’ultima decisiva seduta di giuria, fatto dai compagni d’avventura Gian Mario Feletti, David Robinson, Jerzy Skolimowski, Adrian Wootton, che si videro depositare sul tavolo dal regista di Queimada una scintillante pistola nera, accompagnata dalle parole: "Bene, ora possiamo cominciare la seduta"! Tra lo sconcerto di tutti, rise soltanto l’ex pugile Skolimowski…

Del Noir del 1994 ritrovo il manifesto di Roland Topor e la bella retrospettiva sul cinema poliziesco italiano del dopoguerra, curata da Orio Caldiron. Fu la prima volta che qualcuno osava guardare al passato del nostro cinema per scoprirvi una traccia "nera" che attraversa tutte le epoche, da Harlem di Carmine Gallone, un gangster movie pugilistico in piena regola, girato a Cinecittà nel ’43 a Ossessione di Visconti, da Cronaca di un amore di Antonioni ai capolavori di Rosi, Petri, Damiani, Vancini fino all’inatteso Bianca di Nanni Moretti. Nella mia testa suonano ancora le note di un evento davvero insolito dedicato ai "Suoni del Noir", in cui il jazz impazzava; e poi registi come Claire Denis, Danny Boyle, Ole Bornedal, Imanol Uribe, John Carpenter e Wes Craven. Il festival è uno strano luogo di affetti e incontri. Da quell’anno cominciò a frequentarci anche un amico nuovo, il geniale ideatore televisivo e talent scout Bruno Voglino che, negli anni, ci avrebbe regalato una ventata di ironica follia arruolando tra i nostri personaggi volti popolari come Fabio De Luigi, Neri Marcorè, Luciana Litizzetto, Bruno Gambarotta. Ma la soddisfazione di premiare con il Chandler due giganti della nostra scrittura come Carlo Fruttero e Franco Lucentini (Fruttero salì apposta con molta ritrosia fin sotto il Monte Bianco) rimarrà come il ricordo più forte di quello strano anno, per me quasi soltanto spettatrice, perché in estate era nato mio figlio.

Nel 1995 abbiamo lanciato Seven di David Fincher, e in una edizione tutta dedicata al nostro padre putativo Dario Argento (della figlia Asia il disegno del manifesto), ricordo con particolare affetto l’incontro con Lady P.D.James, che un nostro fotografo volle riprendere mentre si aggirava per i corridoi dell’Hotel Royal con in mano un coltellaccio da cucina. Lei fu estremamente soddisfatta del risultato e al festival si divertì moltissimo. Bella la retrospettiva del poliziesco italiano anni Cinquanta e rinnovato il successo della serie Fallen Angels, con gli episodi di Peter Bogdanovich, Jim McBride, Kiefer Sutherland, Agnieszka Holland e John Dahl tra gli altri. La giuria era composta dal grande Donald Westlake, che la presiedeva, e da Maria De Medeiros, Remo Girone, Piers Handling, Laura Morante. Premiarono il film spagnolo Justino di La Cuadrilla, e gli attori Oleg Jankowskij per il film di Anthony Waller Mute Witness e Rose Jackson in Dead Presidents di Allen & Albert Hughes.

 

 

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