Trent’anni di Noir: il diario di bordo di Marina Fabbri


Nel 2010 abbiamo festeggiato a Courmayeur i vent’anni di Noir in Festival, oggi festeggiamo a Milano i nostri 30 anni: per l’occasione ho ripercorso quella folle e avvincentissima avventura che dai lidi di Viareggio ci ha portato alle nevi del Monte Bianco e poi tra il Duomo e il Lago di Como.

"Ma perché Noir in? Che c’entra con il giallo?" queste domande ce le sentivamo fare continuamente nel 1991, quando mi venne in mente (sì Vostro Onore, la colpevole sono proprio io) di proporre un nuovo nome per il festival che era partito da Cattolica alcuni anni prima. Voleva essere un mettere "in" mostra un genere; voleva sollevare il velo un po’ pudico del giallo e del mistero per scoprire il vero buco nero che nasconde i nostri mali contemporanei; voleva anche affermare una suggestione più europea, forse più elegante, o semplicemente consegnarsi senza ipocrisie al colore dell’angoscia.

A scorrere il libro dei ricordi, che poi nel nostro caso è proprio una serie di libri, ovvero di cataloghi, prende quasi una vertigine. Quanti nomi importanti, quante persone catturate dalla rete della nostra ostinata passione per "il lato oscuro delle cose", che ci hanno regalato le loro passioni, la saggezza, la follia, spesso il buonumore e, in tutti i casi, la loro esperienza umana. Come fare ad eguagliare quel primo 1991 del Noir a Viareggio che ormai resterà mitico nella memoria di tutti?

Krzysztof Kieślowski era presidente della giuria cinema, Oreste del Buono presidente di quella letteraria: che coppia, il maestro polacco del cinema che sonda l’animo umano e ama Hitchcock, col maestro della letteratura sempre curioso di verità insolite. E poi il manifesto, disegnato da quell’anima nera di artista dal cuore d’oro che è stato Mario Schifano; i registi in gara come Eric Rochant, Walter Salles, Jeffrey Reiner, Gaspar Noé; gli attori che hanno sfilato sullo schermo di Viareggio a cominciare da Dennis Hopper, Barbara Hershey e Ed Harris nel film vincitore, Il cuore nero di Paris Trout, di Stephen Gyllenhaal. Ma anche Ellen Mirren, Peter Coyote, Tchecky Karyo, John Hurt, Yvan Attal, Kristin Scott-Thomas, Charlotte Gainsbourg, Victoria Abril, Maria Barranco, Billy Zane, Jennifer Beals, Roger Hanin che faceva Navarro. E ancora Matt Dillon, Sean Young e Max Von Sydow, Bridget Fonda, Christian Slater, Steve Buscemi, Julianne Moore. L’omaggio a Frederick Wiseman, allora totalmente sconosciuto in Italia: il suo incontro con Kieślowski sul documentario rimarrà scolpito nella memoria di chi ebbe la fortuna di assistervi; il ricordo di Graham Greene, un fantastico incontro sul Processo nella chiave del "Delitto e castigo" di Dostoevskij, l’omaggio a Hitchcock e il noir di Vichy in un colpo solo; e poi il grande maestro dello spionaggio Frederick Forsyth, venuto a prendersi il Raymond Chandler Award, accanto a Topolino detective, in un concerto di alto e basso quasi rabelaisiano.

Ballammo a Viareggio soltanto un’altra estate…, sì perché eravamo al mare, al caldo di fine giugno, ma assediati da mille manifestazioni estive... Eppure, in esilio sulla costa tirrenica, abbiamo confezionato nel 1992, un’altra edizione da ricordare. All’insegna di Hugo Pratt che ci regalò un seducente Corto Maltese in impermeabile da detective per il manifesto, e del tema del "Vero e Falso: riscrivere la Storia", su cui abbiamo chiamato grandi esperti a discutere. I misteri della storia recente, assassinio di JFK compreso, hanno fatto da sfondo alla prima volta per il pubblico italiano di uno straordinario documentarista americano, Emile De Antonio, mentre il presidente della Giuria cinema era niente meno che il grande Jules Dassin. Michael Curtiz era invece con noi grazie a una scintillante retrospettiva, così come il mistero italiano di Orson Welles venne indagato dagli amici Gianfranco Giagni, Ciro Giorgini e Maia Borelli nel bellissimo documentario Rosabella poi distribuito con il nostro sostegno produttivo. I registi del passato e quelli contemporanei: la selezione ufficiale ’92 è piena di nomi significativi. Da Peter Medak a Mark Peploe, da Mike Figgis a Nicholas Roeg, da Steven Soderbergh con il suo Kafka a Lizzie Borden e Kon Ichikawa.

Ma l’avvenimento più straordinario di quell’anno fu la comparsa sul pianeta Noir di quell’alieno di talento che è Quentin Tarantino. Dopo la visione de Le iene al festival di Cannes, che ci lasciò insonni a progettare di averlo in anteprima, mi misi a caccia di Tarantino per mezza Europa, dove il giovane regista stava passando l’estate dopo la Costa Azzurra, e alla fine riuscii miracolosamente ad averlo al telefono da Amsterdam. A convincerlo a venire bastarono la presenza di Dassin, la retrospettiva di Curtiz e gli incontri sul giallo italiano. Arrivò a Viareggio con il suo camicione a quadri da boscaiolo e il suo mento alla Totò, braccia e gambe troppo lunghe. Sempre infilato al cinema, ne usciva soltanto per venire nei nostri uffici e dirci, ridendo forte: "Thank you, thank you, thank you!!". Era felice come un bambino di stare in mezzo a film che adorava, non era ancora nessuno, davvero, ma per noi era Shakespeare con una cinepresa in mano, e personalmente  ricordo la sua presenza e l’anteprima italiana del suo capolavoro come una delle più grandi soddisfazioni del mio lavoro.

Il 1993 è l’anno eroico del Grande Cambiamento, quello che segna il confine con l’età giovane lasciata alle spalle e la nuova maturità del festival a Courmayeur. Come spesso succede nei grandi cambiamenti, siamo ripartiti da zero anzi, da sotto-zero! Giorgio ed io eravamo stati ad Avoriaz, e di sicuro quel festival forse il più importante dedicato al mystery e al fantasy in Europa - ci tornò in mente quando accettammo la sfida del Monte Bianco.

Ci accolse il gelo della montagna, un pubblico rarefatto come la sua aria, e un cinema degli anni Cinquanta che forse sarebbe piaciuto molto a Tarantino, ma che ci faceva disperare per la sua povertà di mezzi tecnici. Con molta diplomazia e una buona dose di pazienza, riuscimmo comunque a far vedere decentemente blockbuster come Robin Hood, di Mel Brooks, o film d’azione come Romeo Is Bleeding di Peter Medak, che ci fece innamorare di Gary Oldman. Titoli importanti, come l’anteprima assoluta della serie tv Fallen Angels, prodotta da Sydney Pollack, di cui presentammo gli episodi firmati da Alfonso Cuaron, Steven Soderbergh, Tom Cruise e Tom Hanks in veste di registi. Quell’anno, oltre a un grande e malinconico Osvaldo Soriano (Premio Chandler) che si aggirava per le nevi di Courmayeur insieme allo sceneggiatore Giorgio Arlorio, c’erano molti autori famosi e pure il nostro amatissimo Gillo Pontecorvo alla testa della Giuria, e nessuno di noi scorderà mai il racconto dell’ultima decisiva seduta di giuria, fatto dai compagni d’avventura Gian Mario Feletti, David Robinson, Jerzy Skolimowski, Adrian Wootton, che si videro depositare sul tavolo dal regista di Queimada una scintillante pistola nera, accompagnata dalle parole: "Bene, ora possiamo cominciare la seduta"! Tra lo sconcerto di tutti, rise soltanto l’ex pugile Skolimowski…

Del Noir del 1994 ritrovo il manifesto di Roland Topor e la bella retrospettiva sul cinema poliziesco italiano del dopoguerra, curata da Orio Caldiron. Fu la prima volta che qualcuno osava guardare al passato del nostro cinema per scoprirvi una traccia "nera" che attraversa tutte le epoche, da Harlem di Carmine Gallone, un gangster movie pugilistico in piena regola, girato a Cinecittà nel ’43 a Ossessione di Visconti, da Cronaca di un amore di Antonioni ai capolavori di Rosi, Petri, Damiani, Vancini fino all’inatteso Bianca di Nanni Moretti. Nella mia testa suonano ancora le note di un evento davvero insolito dedicato ai "Suoni del Noir", in cui il jazz impazzava; e poi registi come Claire Denis, Danny Boyle, Ole Bornedal, Imanol Uribe, John Carpenter e Wes Craven. Il festival è uno strano luogo di affetti e incontri. Da quell’anno cominciò a frequentarci anche un amico nuovo, il geniale ideatore televisivo e talent scout Bruno Voglino che, negli anni, ci avrebbe regalato una ventata di ironica follia arruolando tra i nostri personaggi volti popolari come Fabio De Luigi, Neri Marcorè, Luciana Litizzetto, Bruno Gambarotta. Ma la soddisfazione di premiare con il Chandler due giganti della nostra scrittura come Carlo Fruttero e Franco Lucentini (Fruttero salì apposta con molta ritrosia fin sotto il Monte Bianco) rimarrà come il ricordo più forte di quello strano anno, per me quasi soltanto spettatrice, perché in estate era nato mio figlio.

Nel 1995 abbiamo lanciato Seven di David Fincher, e in una edizione tutta dedicata al nostro padre putativo Dario Argento (della figlia Asia il disegno del manifesto), ricordo con particolare affetto l’incontro con Lady P.D.James, che un nostro fotografo volle riprendere mentre si aggirava per i corridoi dell’Hotel Royal con in mano un coltellaccio da cucina. Lei fu estremamente soddisfatta del risultato e al festival si divertì moltissimo. Bella la retrospettiva del poliziesco italiano anni Cinquanta e rinnovato il successo della serie Fallen Angels, con gli episodi di Peter Bogdanovich, Jim McBride, Kiefer Sutherland, Agnieszka Holland e John Dahl tra gli altri. La giuria era composta dal grande Donald Westlake, che la presiedeva, e da Maria De Medeiros, Remo Girone, Piers Handling, Laura Morante. Premiarono il film spagnolo Justino di La Cuadrilla, e gli attori Oleg Jankowskij per il film di Anthony Waller Mute Witness e Rose Jackson in Dead Presidents di Allen & Albert Hughes.

Anno folle il 1996. Avevamo deciso di dedicarlo a Philip K. Dick e di esplorare con lui il mondo della fantascienza che prende in prestito dal noir le sue inquietanti atmosfere. Le stesse che si ritrovano nel manifesto, ancora una volta firmato da Schifano che ce lo volle regalare con la sua straordinaria generosità. Non c’è stato nei tempi recenti un profeta più visionario e più straordinariamente veritiero di Dick, e quell’edizione del Noir ne conserva la tracce in catalogo: un viaggio allucinante e affascinante nella disperazione del nostro tempo attraverso mondi e storie alieni. Lang, Godard, Cronenberg, Tavernier, Besson, Carpenter sullo schermo del nostro cinema di Courmayeur e Chris Carter, il creatore di X-Files, collegato con noi dalla lontana Toronto. Compagno d’eccezione nella nostra riscoperta di Philip K.Dick, Gabriele Salvatores, che da quella volta si può dire non ci abbia più lasciato, e ogni anno viene a trovarci al festival, portandoci ora un film, ora uno spettacolo, ora semplicemente il suo sorriso. Allora ci fece vedere in anteprima le prime immagini del suo nuovissimo film, Nirvana.Quell’anno il Premio Chandler andò a Ed McBain, di cui ricordo la figura slanciata e un po’ fané, da prestante attempato signore appena uscito dal suo circolo del golf. E che però, a guardarlo attentamente, potevi sorprendere a trangugiare il whisky come un gangster.

 Crescere significa cambiare, e nel 1997 il cambiamento avvenne soprattutto nella composizione dell’organigramma del festival. A Giorgio Gosetti si affiancò un "gruppo direttivo" tutto femminile: oltre alla sottoscritta, Emanuela Cascia e Teresa Cavina (che tre anni dopo ci avrebbe lasciato per proseguire la sua bella carriera festivaliera all’estero pur rimanendo ancora oggi legata al  festival come advisor internazionale). Dall’epoca un po’eroica dello "sbarco" alle pendici del Monte Bianco anche a Courmayeur molte cose erano cambiate ma i due "dioscuri" senza i quali il festival non sarebbe mai potuto esistere nella Vallée non ci hanno mai abbandonati. Così qui ci piace dire grazie, una volta di più, al visionario Albert Tamietto (sindaco nel 1993) e a Carlo Canepa (allora direttore dell’azienda di promozione turistica). Erano e sono due persone eccezionali che per primi compresero come cultura, territorio e sviluppo turistico potessero andare di pari passo senza piegare mai la ricerca culturale alla banalità e al glamour senza significato.

Il Premio Scerbanenco andò fuori delle sue "regole" e finì a un irregolare di professione, Alan D. Altieri, ovvero il compianto Sergio Altieri che sarebbe poi diventato un caro amico del festival, tornandoci in vesti diverse, tra cui anche quella di responsabile del Premio Alberto Tedeschi Giallo Mondadori per l’inedito. Sono prestigiose le presenze a Courmayeur con l’omaggio a William Friedkin (come dimenticare i suoi racconti davanti al caminetto dell’hotel di un grande amico come Leo Garin) e le anteprime di L’avvocato del diavolo, di Taylor Hackford, ospite l’interprete Charlize Theron, e di Starship Troopers ospiti il regista Paul Verhoeven e l’interprete Casper Van Diem, e infine di Alien IV, con Sigourney Weaver. Della Theron non potrò mai scordare lo sguardo smarrito da ragazzina che in montagna venne accompagnata dai genitori. Era già di una bellezza abbagliante, ma per gli italiani aveva fatto soltanto la pubblicità del Martini e non era nulla di più che una maliziosa gonna che si sfilacciava. Quando la rividi molti anni dopo, nel 2008 a Venezia, lei era ormai una dea del cinema, e stringendole la mano citai Courmayeur: incredibile ma vero, si ricordò!

Ma non c’erano solo future regine quell’anno a Courmayeur, c’era anche un grande re dell’immagine, pur se solo attraverso le sue fotografie: Weegee, la cui prima esposizione a New York nel 1941 si intitolò "Murder Is My Business", mentre il suo primo libro nel ’45 Naked City. Di William Friedkin abbiamo detto, ma non che si arrabbiò tantissimo perché durante un’intervista un giornalista diede del fascista al suo amico Paul Verhoeven, e ci volle tutta la pazienza di Dario Argento per calmare gli animi. Intanto sullo schermo si alternavano i film di Paul Anderson, David Fincher (di nuovo da noi con The Game, con Michael Douglas), Takashi Miike, Andrew Niccol (con lo strabiliante Gattaca, con Uma Thurman e Ethan Hawke). Forse però il ’97 fu l’anno che ricorderemo per lo stratosferico conto al bar del Royal che l’insuperabile James Crumley, sanguigno Premio Chandler dell’anno, saldò alla partenza. Che scrittore accidenti, che uomo gigantesco! Se lo guardavi negli occhi potevi vedere un reduce dal Vietnam aggirarsi tra le colline di Little Big Horn… E che dire della Giuria, con Christopher Lee Presidente e Maria Grazia Cucinotta, Gianni Nunnari, Jimmy Sangster, Peter Weller? Che forse si saranno divertiti a guardare in anteprima un pezzo di storia del cinema caduto tra i monti della Val Ferret all’inizio degli anni Cinquanta, con il progetto del Guglielmo Tell che Errol Flynn cominciò e mai terminò di girare proprio a Courmayeur. Ciò che rimase di quel girato l’abbiamo rivisto insieme ai testimoni oculari di quell’evento e al suo grande direttore della fotografia, Jack Cardiff, ospite d’onore di una serata indimenticabile.

Del 1998 quello che si ricorda di più è che abbiamo fatto evadere dei detenuti da San Vittore! Campo corto è il titolo del primo cortometraggio mai realizzato interamente da un gruppo di carcerati; nasceva da un’idea di Gerardo Guerriero e Giovanni Cesareo, il festival lo produsse insieme alla Rai e lo mostrammo alla presenza di due detenuti-registi, Alejandro Carrino e Marcelo Nieto. C’era una gran folla di studenti al Centro Congressi quella mattina, a sentir parlare i "galeotti" venuti in Valle con un permesso speciale, e la scorta dei poliziotti si trasformò ben presto in un servizio di body-guard come per i divi, tante le persone che si accalcavano per un autografo attorno ai due insoliti registi. C’era Marcelo Nieto (ex spacciatore e omicida) che raccontava il suo cambiamento ai ragazzi che lo ascoltavano, muti. Quello era l’anno dei "Confini del male", come intitolammo gli incontri che annoverarono anche uno straziante ricordo di Ilda Bocassini su Falcone, in occasione della presentazione del libro sulla strage di Capaci scritto a quattro mani da Gaetano Savatteri e Giovanni Bianconi. Così come indimenticabile fu la tenuta da sci indossata da Mickey Spillane nel collegamento con noi in video-conferenza dal North Carolina, in occasione del conferimento del Premio Chandler. Ci siamo fatti delle gran risate a vederlo conciato così, eppure lui è stato forse il più "cattivo" degli scrittori di hard boiled, il creatore del detective politicamente scorretto Mike Hammer, un duro con un gran senso dell’umorismo. Che forse era un po’ il segno di quell’annata con gli scrittori spagnoli capitanati dallo speciale Chandler assegnato ad Arturo Perez-Reverte, mentre una certo abbozzo di sorriso si ritrova nel concorso, dal francese Le Poulpe al Simple Plain di Sam Raimi al Gods and Monsters di Bill Condon al demenziale Bride of Chucky di Ronnie Yu. Ma poi un inatteso Tony Scott ci riportò la serietà della politica col suo Enemy of the State, in compagnia di Will Smith, Gene Hackman e John Voight.

 Alle soglie del secondo Millennio, non potevamo non occuparci di Mutazioni. E dunque questo è il tema dell’edizione 1999, segnata dalla scomparsa di Stanley Kubrick e dal centenario della nascita di Alfred Hitchcock. I due eventi ci diedero la fortunata occasione di scoprire l’umanità di Brian Aldiss, lo scrittore britannico il cui racconto aveva ispirato il primo progetto kubrickiano di A.I. (Intelligenza Artificiale), film poi realizzato da Spielberg, e di incontrare una persona straordinaria, oltre che grande protagonista hollywoodiano come Farley Granger, leggendario interprete degli hitchcockiani Stranger on A Train e The Rope. Granger, che si presentava come un principe del teatro, si confermò un uomo di raffinata cultura e di grande apertura mentale, affascinante in quello scorcio di secolo quanto lo era stato da giovane. Il racconto di Aldiss, inedito per l’Italia, lo pubblicammo in catalogo, e in occasione del convegno sul tema delle Mutazioni, avemmo anche l’onore di chiacchierare in video-conferenza con il cyber scrittore William Gibson, un’altra leggenda da appuntare sul nostro personale medagliere. A Granger conferimmo invece uno "Speciale Chandler" nel segno di Hitch. Se furono folgoranti le due presenze appena citate, furono altrettanto memorabili quelle del disegnatore satirico americano Bill Plympton, e del regista giapponese Takashi Miike, a cui Noir in Festival dedicò la prima retrospettiva europea mai realizzata, e infine degli scrittori sudamericani. Memorabili anche alcuni dei film presentati: dal successo poi premiato con l’Oscar di American Beauty, di Sam Mendes, al Collezionista di ossa di Phillip Noyce, dal Viaggio di Felicia di Atom Egoyan, a The Element of Crime di Lars Von Trier e il bellissimo Elephant, in omaggio al regista britannico Alan Clarke che aveva scoperto talenti come Tim Roth e Gary Oldman.

L’ingresso nel Terzo Millennio l’abbiamo scaramanticamente affidato alla saggezza di Snoopy, che campeggiava sul nostro manifesto 2000 con la sua aria sorniona, quasi a dire: "Non mi fregate, gli indizi ci sono, risolverò certamente il caso"! Le inquietudini millenarie aguzzano l’ingegno…E allora chi meglio di M. Night Shyamalan e i fantastici antagonisti Bruce Willis e Samuel L. Jackson in Unbreakable per aprire le porte dell’ignoto? Magari con un briciolo di humor nero, come quello di Nurse Betty, di Neil LaBute, entrambi anteprime a Courmayeur. Un ricordo particolare è legato allo scrittore francese Jean-Christophe Grangé, che con i suoi Fiumi di porpora aveva conquistato non solo i lettori ma anche il cinema (Mathieu Kassowitz). Venne da noi sfoggiando la tipica sicumera dei francesi, ma si sciolse subito, emozionato all’idea di cenare insieme al suo idolo Dario Argento, cui intanto avevamo dedicato la nostra sala cinematografica. Ma il sorriso più bello l’avemmo dallo scrittore Petros Markaris, grande traduttore di Goethe prestato ai gialli, per la prima volta in un festival italiano, mentre l’oscar della seduzione andò senza dubbio ad Abbas Kiarostami, impenetrabile e affascinante presidente della giuria. L’inchiesta era il tema dell’anno, e l’amico e giornalista del TG5 Gaetano Savatteri (che sarebbe diventato in futuro uno scrittore di successo) ci aiutò a mettere in piedi e condusse uno dei più bei convegni della nostra carriera, che vide discutere giornalisti del calibro di Carlo Bonini, Luca Telese, Gian Antonio Stella con sceneggiatori come Andrea Purgatori, su come giornalismo e finzione possano e debbano far luce sulla nostra complicata realtà. 

L’aver programmato la prima retrospettiva al mondo di film noir iraniani e insieme la venuta di John le Carré come Premio Chandler per il fatidico 2001, l’anno dell’attacco alle Torri Gemelle, è frutto del fiuto o è stata solo "fortuna"? Noi facemmo ricorso a due numi della cultura come Ryszard Kapuścinski, che rifletteva su quanto accaduto solo pochi mesi prima in un’intervista pubblicata in catalogo, e Le Carré appunto, in carne ed ossa a Courmayeur. L’ex spia al servizio di Sua Maestà, il re dell’intrigo, il profondo conoscitore degli abissi dell’animo umano, con i suoi modi gentili ma fermi, il suo sguardo azzurrissimo e penetrante, resta credo per tutti coloro che quell’anno furono al festival, uno degli incontri che cambiano la vita. Potrebbe bastare, a pensarci bene, anche se il signor David John Moore Cornwell (tenace guardiano della sua privacy e giunto in auto da Ginevra come una vera spia sotto copertura) si rivelò al pubblico come il mitico Le Carré unicamente per amicizia con Irene Bignardi che lo convinse con tenace affetto a sbarcare da noi. Irene, come Giovanni Cesareo, Vittorio Spinazzola, Giorgio Galli, Gianni Canova, Felice Laudadio, Callisto Cosulich, Raffaele Crovi, Claudio G. Fava, Lia Volpatti, Gianfranco Orsi, è stata fondamentale per la riuscita e crescita del nostro Festival. Alcuni di loro non ci sono più e li ricordo qui con l’affetto un po’pudico di chi li guardava come mostri sacri e poi brindava con loro a notte alta. Irene per fortuna continua ad avere un posto d’onore nel nostro piccolo-grande pantheon e per quell’incursione di Le Carrè tra le nevi fu davvero fondamentale. Quell’anno fu uno di quelli magici che si annunciano con un autentico "temporale": Eddy Bunker. Mille volte morto e rinato, l’anima de Le Iene tarantiniane, una vita degna di un romanzo russo, una faccia su cui ombra e luce erano in eterno conflitto, ci ha regalato la sua disperata spensieratezza, la sua profonda follia, la sua tenerezza per gli altri, chiunque essi fossero. Avrei dato non so che cosa per assistere all’incontro tra lui, brutto sporco & cattivo assurto alla fama, e la perfetta wasp americana "collezionista di ossa" Kathy Reichs. Non si incontrarono purtroppo, e lei venne al festival pensando di essere stata invitata a una convention letteraria di quelle che si organizzano in America, dove tutto funziona come un orologio e tutti sono programmati fin nel minuto secondo. Immaginatevi lo sconcerto quando le dicemmo che era libera di fare quello che voleva! Dopo la prima grolla, lo sconcerto si tramutò in entusiasmo, e alla fine della serata, al Caffè della Posta erano le sue le barzellette più piccanti… Toccante invece fu l’emozionante incontro con il pubblico a cui la Reichs raccontò il suo terribile lavoro di antropologa forense nella "discarica" umana di Ground Zero, all’indomani dell’11 settembre. Christopher Dickey, Yasmina Khadra, Alicja Giménez-Bartlett, Elvira Dones furono gli scrittori di quell’anno mentre tra le cose di cinema, oltre al sempre intrigante Spy Game di Tony Scott, con Robert Redford e Brad Pitt "padre e figlio" nella famiglia più sporca d’America, la CIA, va segnalato un allora ancora sconosciuto Erik Gandini, il documentarista poi assurto a notorietà per Videocracy, che portò al Noir un bel film sul "traditore" di Che Guevara, Ciro Bustos.

Si è parlato molto francese al Noir 2002, nella scrittura come al cinema, con gli accenti del genio ribaldo di Patrick Manchette, oggetto di un ampio omaggio, e con la cinepresa nervosa di Lucas Belvaux, regista belga che a Courmayeur presentò la sua intensa Trilogie. Il catalogo di quell’anno è quasi tutto "preso" da Manchette, scrittore, traduttore, critico cinematografico e letterario, sceneggiatore, intellettuale, teorico erudito del polar, da lui definito "la grande letteratura morale della nostra epoca". Sulla stessa onda, anche se dall’altra parte dell’Oceano, lo scrittore Robert Stone fa parte del nutrito gruppetto di autori che facemmo conoscere a Courmayeur; tenebroso come Conrad, cinico come Vonnegut, Stone ha attraversato gli Stati Uniti nel 1964 insieme a Kerouac, Ginsberg e Cassidy in quella che fu una sorta di Odissea della Beat Generation. Ma il colpo grosso del festival, ancora una volta è il suo Premio Chandler: toccò allo scrittore best seller da milioni di copie, ex avvocato e ancora devoto alla causa dei giovani difficili che allena alla vita attraverso il baseball, affascinante, generoso. Sto parlando di John Grisham che, sapendo di dover ricevere un premio intitolato a Chandler, per un mese si era esercitato a pronunciare il suo discorso di ringraziamento in italiano: lo recitò a memoria, senza sbagliare nemmeno un accento, durante la premiazione. Al cinema, programma da ricordare anche quell’anno: da Unfaithful di Adrian Lyne, con Richard Gere e Diane Lane, al super successo The Ring di Gore Verbinski, al profetico Oligarch di Pavel Lounguine e il Good Thief di Neil Jordan, per chiudere con Joaquin Phoenix soldato-spacciatore in Buffalo Soldiers. Per contro, il pubblico del Palanoir non riuscì ad entrare tutto quanto all’anteprima del film più atteso di quel Natale: La leggenda di Al, John e Jack dei mitici Aldo Giovanni & Giacomo.

Nel 2003 ci lasciava, a pochi mesi dal Festival, il nostro presidente OdB, ed è pensando a lui che ideammo un omaggio speciale a Stan Lee (il creatore dei fumetti della Marvel). Il mitico Oreste del Buono era stato lo scopritore italiano di Snnopy sulle pagine di Linus e per questo li troviamo idealmente insieme sul manifesto dell’anno che fu una realizzazione eccezionale. Nel nome di ObD trovammo la complicità di Sergio Bonelli che fece appositamente disegnare di suoi autori tutti i grandi personaggi del mystery in 9 quadri d’autore che riassumono le passioni del nostro amatissimo presidente a cui, già prima, si deve la nascita del Gran Giallo Cattolica (sulla costiera adriatica negli anni ’70 in coppia con Alberto Tedeschi) e poi del MystFest da cui Giorgio Gosetti ed io abbiamo preso le mosse. Il Premio Chandler del 2003 era l’autore de I sei giorni del condor, James Grady, a cui a dire il vero rubò ampiamente la scena un astro nascente della scrittura noir americana, uno che non ha paura di raccontare che «Elvis è un’icona americana che ha fatto una fine ingloriosa, dicono che sia morto sulla tazza del cesso. Allora nel mio libro io invento che si faccia sostituire da un sosia; poi cade col suo pullman in un torrente, si rompe una gamba e infine fa anche una lotta con una mummia; volevo restituirgli dignità». E questo è Joe R. Lansdale, re del drive-in, scrittore texano diventato in seguito figura di culto, per la prima volta in Italia a Courmayeur. Ad accoglierlo c’era un altro texano, Christopher Cook, medico, sindacalista, lavoratore precario, transfuga a Praga, autore del violento Robbers; e poi due scrittrici inglesi con idee opposte sulla scrittura di genere: Stella Duffy, proletaria e trasgressiva, contro Patricia Duncker, studiosa di letteratura colta e raffinata. Esilarante la battuta del nostro amato e oggi compianto Andrea Pinketts nell’incontro con quest’ultima: «Visto che le piacciono le persone mentalmente disturbate, credo che io e lei stiamo per inaugurare una bella amicizia». È una delle mille battute folgoranti che sono risuonate nella sala del Royal che ogni anno a dicembre faceva da studio alla trasmissione radiofonica di Luca Crovi "Tutti i colori del giallo", e che quell’anno realizzò una mitica puntata notturna di autentica jam session con tutti gli scrittori presenti, da Sandrone Dazieri, Carlo Lucarelli e Giancarlo De Cataldo che aveva vinto il Premio Scerbanenco con il suo fortunato Romanzo Criminale, alle special guest star Samuele Bersani e Giorgio Gherarducci della Gialappa’s.

Il 2004 è segnato invece dalla trilogia di Hong Kong Infernal Affairs, che ha ispirato Scorsese per The Departed, dal mélo noir animato Tokyo Godfathers del giapponese Satoshi Kon, da Spartan di David Mamet, da 36 Quai des Orfèvres di Olivier Marchal, con Depardieu, Auteil e la nostra Golino. Ma soprattutto, dal pilota della serie tv che sarebbe diventata un caso mondiale, Lost di J.J.Abrams. Dopo tanti americani, finalmente un Chandler europeo, che più europeo, insieme colto e dannato di così non si potrebbe: Ian Rankin, che ci fece piegare in due dal ridere quando si produsse nell’imitazione, in purissimo scozzese, di Sean Connery. Vicino di casa della Rowling, i suoi libri erano all’epoca tra i più venduti in Inghilterra dopo quelli di Harry Potter. Da un’enclave linguistica a un’altra con lo sbarco dei siciliani noir a Courmayeur. Capitanata da Gaetano Savatteri, la "meglio gioventù" dei giallisti isolani portò una ventata di allegria ma anche di impegno nei dibattiti del festival. Molto cinema italiano, dall’Ispettore Coliandro dei Manetti Bros a Quo Vadis Baby? di Salvatores, fino all’insolito omaggio al regista Davide Ferrario, poeta degli sconfitti, cineasta noir suo malgrado. Ma il vero "evento" dell’annata fu la nascita del MiniNoir, un piccolo gioiello poi diretto da Ilaria Avanzi, che fece i suoi primi, timidi passi con lo slogan "Paure da ridere" che fotografa bene lo spirito di quest’appuntamento per i più giovani diventato per anni imperdibile, dove film, libri e computer grafica - grazie agli allievi dello IED di Milano e alla sua Preside, Rossella Bertolazzi, che animavano un geniale laboratorio creativo - si mescolavano alla voglia di crescere e di conoscere dei bambini e ragazzi che lo frequentavano.

Proprio il MiniNoir ci porta, nel 2005, una delle nostre anteprime più prestigiose: Le Cronache di Narnia. Fuori del Palanoir, la grande statua di ghiaccio del Leone di Narnia, realizzata con la benedizione di casa Disney, riuscì a non sciogliersi prima della fine del festival. Un vero miracolo. Come incontrare il Premio Chandler George Pelecanos, cantore hard-boiled della Washington dei ghetti, la cui scrittura suona come un fumoso locale jazz, e la cui devozione al cinema è provata dall’aver prodotto Barton Fink dei fratelli Coen. Sul fronte della scrittura: la scoperta di giovani talenti come quello di Davide Dileo, meglio noto come Boosta e come tastierista della band Subsonica, o quello, più esperto, dell’inglese Mark Mills. Ma anche la scoperta di talenti stranieri a noi sconosciuti come quello della canadese Susan Musgrave, la poetessa dei banditi, affascinata dal crimine nella professione come nella vita, in lotta contro l’orrore della pena di morte. Tanti sono i nomi e i ricordi, e a citarne solo alcuni sembra di fare un torto agli altri. Al cinema quello fu l’anno di David Cronenberg con A History of Violence e di Viggo Mortensen, killer spietato che non può redimersi, perché il passato, quando è criminale, si vendica sempre.

La Storia che non finisce ma si trasforma è al centro del festival 2006, l’anno in cui sudammo di più per avere con noi il Premio Chandler, uno dei più prestigiosi, Elmore Leonard. Grande maestro invisibile, innamorato dei discorsi della gente di Detroit e di tutte le città violente d’America, che fa sua la lezione di Hemingway e Steinbeck e la traduce in immagini così vive, che il cinema le ha adottate da subito, dai copioni western a Tarantino. Intorno a lui costruimmo un percorso attraverso le città del noir, con gli scrittori stranieri e italiani che proponevano la loro visione del luogo deputato delle storie di violenza da sempre al centro del genere. Dunque da Detroit "andammo" alla Reykjavik di Arnaldur Indridason, alla Oslo di Jo Nesbo, alla Londra di Andrew Taylor, alla Brighton di Peter James alla Miami di James Hall. Arrivammo perfino a Budapest, anche se viaggiando a ritroso nel tempo, per celebrare la memoria della rivolta d’Ungheria del 1956, con il bel progetto di Maia Borelli e Antonella Ottai. Ma con noi ci furono anche autori come Harlan Coben, il giallista preferito da Bill Clinton, Giorgio Faletti, Marcello Fois, Enrico Franceschini, Maxim Jakubowski, Franco Scaglia. Al cinema, a fianco dell’omaggio a Leonard, vedemmo film splendidi come il vincitore del Leone Nero, Alpha Dog di Nick Cassavetes, con una indimenticabile Sharon Stone; La Tourneuse des pages, di Denis Dercourt, l’islandese Children divenuto nel tempo oggetto di culto, Lonely Hearts con John Travolta e Salma Hayek, l’intenso Salvador dello spagnolo Manuel Huerga, il superbo The Last King of Scotland con un gigantesco Forest Whitaker, giustamente premiato con un Oscar. E poi sì, lo confesso, ci siamo divertiti tutti con l’imbranato Jean Dujardin nei panni di OSS 117 nel film forse più demenziale della nostra storia. Prevale invece la commozione per Denzel Washington innamorato "oltre la vita" in Deja vu, di Tony Scott, un vero thriller mozzafiato, cui faceva da controcanto il delizioso film animato Giù per il tubo, dei produttori di Galline in fuga e Wallace & Gromit, riservato ai ragazzi ma applaudito anche dagli adulti.

 

Gillo Pontecorvo quand’era direttore di Venezia usava dire che cercare i film per un festival è come andar per funghi, ci sono annate buone e altre meno generose. Il 2007 fu particolarmente generoso con noi. Tanto per cominciare venne a ritirare il Chandler l’inventore del legal-thriller, il grande scrittore avvocato e già magistrato Scott Turow, a cui il festival tributò anche un omaggio cinematografico, e che ci raccontò la sua storia personale in un memorabile incontro con l’ex magistrato Gherardo Colombo, grande combattente sul fronte italiano della lotta all’illegalità. Al Noir intanto cominciavano le ricorrenze: i dieci anni del Premio Scerbanenco la cui Giuria, presieduta dall’indimenticato Nico Orengo, ed eccezionalmente composta per quell’anno da alcuni scrittori vincitori delle precedenti edizioni del concorso: Sergio Altieri, Pino Cacucci, Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo, Marcello Fois, Barbara Garlaschelli, Leonardo Gori, Giancarlo Narciso, Andrea Pinketts, Claudia Salvatori, assegnò il riconoscimento a Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli. Mentre gli altri giurati (Cecilia Scerbanenco, Lia Volpatti, GianFranco Orsi, Ernesto G. Laura e Carlo Oliva) consegnarono il "Premio del Decennale" a Carlo Lucarelli per il complesso della sua opera, e a Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo come miglior romanzo noir degli ultimi 15 anni. Per continuare sul fronte della scrittura, quell’anno vennero da noi Jason Godwin, Michael Gregorio (in realtà una coppia), Sophie Hannah, John Harvey, Asa Larsson, Jeff Lindsay (lui anche giurato per il cinema, e autore della celebrata serie Fox, Dexter), Cody McFayden, Biagio Proietti, Serge Quadruppani e Rebecca Stott. Mentre il cinema della realtà, nella bella sezione "DocNoir" che con gli anni era cresciuta sotto le cure di Luciano Barisone e Carlo Chatrian, offrì autentici gioielli come The Dictator Hunter, L’Avocat de la terreur, l’iraniano It’s Always Late For Freedom e il singolare ritratto del felliniano Mago Rol realizzato da Nicolò Bongiorno. Cinema scatenato al Palanoir con George Romero e i suoi morti viventi di Diary of the Dead, il regista del Postino, Michael Radford con Flawless, con Michael Caine e Demi Moore, e poi autori come Kormàkur, Jieho Lee, Xavier Gens, Pablo Fendrik che con El asaltante ci ha fatto incontrare lo straordinario attore argentino Arturo Goetz. Ma la proiezione che rimarrà nella memoria degli spettatori di Courmayeur 2007 sarà comunque quella di mezzanotte dei 30 giorni di notte, di David Slade, in cui lo sceriffo Josh Harnett deve combattere contro terribili vampiri che assediano un’isolata cittadina dell’estremo nord dell’Alaska. All’uscita dal Palanoir, allora situato nel distante Palaghiaccio di Dolonne, infuriò una tale bufera di neve che fece dubitare i temerari spettatori che il film fosse davvero finito. Come non ricordare infine la follia di Help!, di Richard Lester, il film del 1965 con i Fab Four al centro di un intrigo pazzesco, inseguiti da sette segrete orientali e protetti da Scotland Yard, a riprova che il noir non risparmia nessuno, nemmeno i mitici Beatles (di cui si festeggiava quell’anno il 50mo anniversario)…

2008: ce l’abbiamo fatta a diventare maggiorenni! E in premio abbiamo avuto un palazzetto del cinema tutto nuovo, una casa tutta da riempire di immagini e suoni. E noi l’abbiamo fatto subito con Ancora sulla cattiva strada, spettacolo di Gabriele Salvatores che rilegge il fortunato romanzo di Ammanniti Come Dio comanda, tra cinema, musica e teatro con Elio Germano, Filippo Timi e la musica dei Mokadelic. Il 2008 è l’anno del Complotto e delle Donne, con le spie analizzate al microscopio da esperti e giornalisti e messe alla berlina dal cinema parodistico italiano degli anni Sessanta, la cui retrospettiva intitolata "007 all’italiana", curata da Marco Giusti e con i sapidi contributi di Francesco Puma, ancora rallegra i nostri ricordi. Soprattutto perché ci permise di accogliere a Courmayeur un’insolita quanto gradita "star" come Neil Connery, fratello-copia carbone dell’insuperato James Bond scozzese, e che fu protagonista di una irresistibile pellicola d’epoca, in parte girata a Courmayeur e giustamente intitolata O.K.Connery. Le donne però, questa volta non facevano da contorno come nei film di Bond, ma a Courmayeur furono grandi protagoniste. Una per tutte, il Premio Chandler Alicia Giménez-Bartlett, la scrittrice innamorata di Barcellona e della sua umanissima protagonista, il commissario Petra Delicado, una che dice schietta: «Freud non mi è molto simpatico. Solo la chiesa cattolica è riuscita a dare del filo da torcere alle donne più della psicanalisi». Alla sua voce si aggiunsero quelle dell’inglese Sharon Bolton e della svedese (bellissima e durissima) Liza Marklund. E poi, l’America. Il paradiso perduto del genere noir, rimpianto dalla sottile ferocia dei romanzi di Don Winslow, scrittore-giurato che veniva in Italia per la prima volta e che da allora è diventato un autore di culto, inseguito dalla raffinata capacità narrativa di Richard Price, lo scrittore del Bronx che ha dato al cinema opere come Il colore dei soldi, New York Stories o Shaft. L’America sognata e odiata anche al cinema di cui erano ambasciatrici a Courmayeur le magnifiche interpreti del film vincitore Frozen River, Melissa Leo e Misty Upham, la bella attrice native american che sarebbe tragicamente scomparsa nel 2014. Di alto livello la sezione dei documentari, con pellicole memorabili come Oso Blanco, Apology of an Economic Hitman, Parafernalia o Les Nufragés des Andes, vere indagini sulle mille sfumature del male in paesi diversissimi tra loro.

Ecco, infine, l’ultima edizione del primo ventennio del festival, nel 2009. Ricordi forti e numeri emozionanti: cinquanta anni dalla morte di Raymond Chandler, nel cui nome assegnammo il premio omonimo a un autore dalla voce "contro" forte e potente: il cubano Leonardo Padura Fuentes. E poi l’indagine su una strage ancora avvolta nei misteri italiani: a quarant’anni dall’attentato di piazza Fontana le verità ufficiali e quelle credibili si scontrarono una volta di più. Ma il nostro sguardo non era rivolto solo al passato e dalla cultura isolana sbarcò sul Monte Bianco l’agguerrito drappello degli scrittori sardi, che Marcello Fois portò a Courmayeur, alcuni quasi loro malgrado, come Michela Murgia che scoprì solo da noi la sua vena noir. Con Giulio Angioni, Giovanni Maria Bellu, Wilson Saba e Giorgio Todde non è stato soltanto un incontro tra e con scrittori, ma un momento di scoperte, di racconto di una cultura bella e isolata, una prova di grande generosità e onestà intellettuale. E di quell’anno non dimenticheremo i brividi del "caso Vallanzasca", che si aprì sui giornali quando annunciammo l’intenzione di presentare il bel libro di Carlo Bonini, scritto appunto con Renato Vallanzasca, per raccontare non solo la storia di un criminale perfino più famoso di Mike Bongiorno nell’Italia degli anni Settanta, ma anche la storia e la genesi di quella fama. Vallanzasca ovviamente non venne a Courmayeur, non avrebbe mai potuto, ma il dibattito sulla fascinazione della società "per bene" nei confronti del male (che si perpetua con il successo dei vari "romanzi criminali" televisivi) ci fu, con i complimenti del pubblico. Che dire degli scrittori della "Pagina buia", come nel tempo si era venuta a chiamare la sezione degli incontri letterari? Che sono stati tutti eccellenti e fantastici ospiti, da Gianni Canova, a Sebastian Fitzek, da Matt Haig a Tarquin Hall, da Marco Lombardi a Juan Madrid, Carlo Martigli, e i due Jonathan: Rabb e Trigell.Il programma cinema venne rischiarato dalla bellezza diamantina di Diablo Cody, la sceneggiatrice di Juno e al festival autrice di Il corpo di Jennifer. La Giuria del cinema: una delle più pazze e spensierate mai avute. Guidata dall’imperturbabile poeta di New Orleans James Sallis, poté contare sulla serietà musicale e cinefila di Samuele Bersani, l’istinto mediterraneo di Donatella Finocchiaro, l’irresistibile simpatia dello sceneggiatore Jorge Guerricaechevarria, la dolce saggezza di Melanie Lynskey, neozelandese con una vocazione per il genere che comincia quando, ancora bambina, impersonò un’involontaria assassina in Heavenly Creatures. Loro hanno premiato senza dubbio i titoli più belli e interessanti: Vengeance, capolavoro di Johnnie To e, Premio Speciale della Giuria, l’omaggio al cinema della blaxploitation, Black Dynamite di Scott Sanders, fantastico dj della festa di chiusura, accompagnato da Michael Jai White, una montagna di muscoli e di simpatia.Dulcis in fundo: il mini concerto di Federico Zampaglione, leader dei Tiro Mancino e degli Alvarius, ma da noi anche in veste di sorprendente regista, con il suo horror Shadow che - dopo Courmayeur avrebbe fatto il pieno di premi in moltissimi festival internazionali. A conferma che, oltre a far divertire pubblico e ospiti, ogni tanto riusciamo a portar fortuna agli artisti del noir.

 Il 2010, l’anno dei nostri vent’anni, in qualche modo fu spensierato e carico di energia proprio come lo si è a quell’età. Trovammo film bellissimi, autori importanti, incontri necessari e coinvolgenti e… forse ci fu anche la neve. Era una tradizione che arrivasse con noi a Courmayeur, come a voler calmare col suo candore tutto quel nostro nero fibrillante. Come nei vent’anni che si rispettano, fu l’anno dei grandi innamoramenti: al cinema ad esempio, con i tanti bellissimi film, a cominciare dal vincitore Carancho, di Pablo Trapero,   passando dall’incredibile Sound of Noise, noir ironico e geniale su una scombinata band svedese (i veri Six Drummers) che mette a soqquadro un’intera città per eseguire la più grande performance musicale della storia, all’anteprima italiana del terzo film delle Cronache di Narnia, Il viaggio del veliero, che proiettammo in 3D, a Winterbottom (The Killer Inside Me) che venne ad incontrare il pubblico di Courmayeur, e Olivier Assayas di cui vedemmo la storia di Ilich Ramírez Sánchez, conosciuto come "Carlos", uno dei terroristi più ricercati del pianeta. L’incontro a lui dedicato con il giornalista-produttore Daniel Leconte rimarrà impresso a lungo nella nostra memoria. Per arrivare poi al perfetto The Housemaid del sud-coreano Im Sang-soo o a Never Let Me Go, scritto da Alex Garland da un romanzo di Ishiguro. Fu anche l’anno degli immancabili Manetti Bros., che come sempre ci portavano le loro ultime produzioni: in realtà senza di loro non ci potrebbe essere mai veramente un Noir in festival! Come non ci sarebbe il vero poliziottesco italiano senza Umberto Lenzi, che quell’anno omaggiammo però come regista di Kriminal, una delle parodie trash dei supereroi anni ‘60 della divertentissima rassegna curata dall’ineffabile Marco Giusti, ma anche come scrittore e inventore del commissario antifascista Astolfi che lavora nella Cinecittà degli anni Quaranta.

Ma se parliamo di scrittori e di innamoramenti ecco che si affaccia alla memoria in tutto il suo fulgore Michael Connelly, vincitore nel 2010 del Premio Raymond Chandler alla carriera. Scrittore sublime, creatore del poliziotto Harry Bosch e narratore di una Los Angeles "giardino delle delizie" pieno di lati oscuri che dipingono il caos del mondo. Durante il pranzo che lo accolse, appena arrivato e ancora sotto jet-lag, in una improbabile sala dell’hotel Royal le cui pareti erano piene di trofei di caccia di cervi con palchi di corna che sembravano foreste, gli chiesi se il nome del suo protagonista gli venisse da un suo conflitto con un trapano o con una lavatrice. Lui rise e fu subito sollevato di trovarsi in mezzo a persone che non si prendevano sul serio, poi passò il resto del pranzo a istruirci su Hieronimus Bosch che, ovviamente, conoscevamo tutti! Alla fine del suo breve ma intenso soggiorno, andò via con le lacrime agli occhi perché avrebbe voluto restare ancora, e dalla affollata libreria milanese in cui il giorno dopo presentò il suo libro ci omaggiò raccontando al pubblico di non aver mai partecipato a un festival così bello come il nostro. Altro autore, anzi autrice, altro innamoramento, anzi reinnamoramento: la combattente Maj Sjöwall, insieme al marito Per Wahlöö un vero mito internazionale della scrittura di genere degli anni’70-80, una che era convinta che, "alla fine, in fondo, svaligiare una banca sia un crimine meno grave che fondarla". Nel 1988 avevamo avuto con Giorgio e Irene Bignardi la fortuna di conoscerla al Mystfest di Cattolica, e ora tornava al Noir in festival più carica che mai.Una foto segna la storicità di quel 2010: Connelly in mezzo a Carlo Lucarelli (venuto a intervistarlo e a parlare della strage di Bologna) e Giorgio Faletti sullo sfondo della nostra "baita della letteratura", il Jardin de l’ange, nella piazza centrale del paese. Che emozione grande presentare Faletti, e che folla traboccante all’Ange! Eppure il ricordo ancora più bello che ho di lui è quello dell’incontro con i bambini del Mini Noir, il festival per i più piccoli che aveva sempre più successo (ci fu anche uno show di Geronimo Stilton quell’anno), e che subissarono di domande un Faletti evidentemente felice di mettersi in gioco davanti a quei terremoti di curiosità. Giorgio era già di casa a Courmayeur, e attraversare il paese con lui sembrava come scortare il Papa, tante le manifestazioni di affetto che lo circondavano ad ogni passo. Si incuriosì moltissimo anche della mostra che avevamo allestito per celebrare i nostri vent’anni, con i ritratti di tutti gli scrittori italiani di noir che il bravo fotografo Francesco Galli aveva colto al lavoro nei loro studi. Tra i ritratti c’era anche quello di Elisabetta Bucciarelli, che quell’anno venne a prendersi il Premio Scerbanenco, andato finalmente a una donna! Tra i finalisti, anche un Maurizio De Giovanni  agli esordi della carriera e già molto promettente. Tra i tanti ospiti da ricordare, i giurati: Tito Topin (l’autore del commissario Navarro), Carlotta Natoli e Guido Caprino (tra gli attori più rappresentativi della nuova generazione), il direttore di Sitges Angel Sala e un infreddolito Silvio Orlando, sempre coperto di strati di lana e piumini ma felice di godersi il festival e il magnifico cibo valdostano.

Il manifesto del 2011 venne disegnato da Valentina Vannicola (grazie al suggerimento dell’ottimo Luca Di Leonardo) e a guardarlo oggi sembra tragicamente profetico: quella bolla di vetro che separa la figura umana da un paesaggio desolato, non può non farci pensare alla pandemia di oggi. Accade quasi sempre così col Noir in festival, lo prepari tempo prima seguendo le intuizioni di tutto il gruppo, le direzioni diverse del vento creativo del momento, inviti persone che sono come delle monadi e una volta arrivate al festival diventano parti dello stesso corpo, come se avessero sempre aspettato quel momento per fondersi con altre monadi, altri artisti, altre idee e tutti convergenti verso un unico obiettivo: indagare il lato oscuro. Alle soglie della "fine del mondo" profetizzata pare dai Maia per il 2012, ci eravamo consegnati interamente all’Apocalisse, tema della XXI edizione del Noir, e avevamo coinvolto "complici" come Andrea Camilleri, Petros Markaris, Lawrence Block, Stephen Frears, Antonio Scurati, Frederic Schoendorfer, Michael Aloni, Franco Bernini, Mimmo Calopresti, Wilma Labate, Nicola Giuliano, Carlo Bonini, Sergio Rizzo, Gaetano Savatteri, Aldo Giannuli, Dario Argento, Tommaso Pincio, Giulio Sapelli, Tullio Avoledo, Gianni Canova, Ugo Barbàra, Gianni Biondillo, Donato Carrisi, Roberto Costantini, Valerio Varesi, Rossana Podestà, Otto Penzler, Carolina Crescentini, Maya Sansa, Luca Argentero, Michele Riondino per citarne solo alcuni. Ognuno col suo specifico contributo, chi protagonista di film, chi autore di libri, chi premiato alla carriera con il Chandler come i Dioscuri del noir Camilleri e Markaris, chi esperto di trame segrete o indagatore dei grandi e piccoli delitti umani, tutti hanno fatto di questa edizione "apocalittica" un’edizione indimenticabile. L’intuizione iniziale fu premiata da una scoperta legata al passato del nostro territorio di caccia: un singolare fatto di cronaca avvenuto a Courmayeur nel luglio del 1960, l’attesa della fine del mondo sul Monte Bianco da parte di una setta di famiglie milanesi e torinesi guidate da un improbabile "profeta", Fratello Emman, al secolo il pediatra Elia Bianca. Fu un bizzarro avvenimento che ebbe risonanza in tutto il mondo e di cui esistono testimonianze d’eccezione come quella di Dino Buzzati che ne scrisse sul «Corriere della Sera», o quella di Gian Antonio Stella che ne ha dato conto in un romanzo. Così anche la riesumazione di un romanzo dimenticato del nostro nume tutelare letterario, Giorgio Scerbanenco, si era messa in risonanza con il mood apocalittico. Il nostro scrittore, che in quell’anno avrebbe compiuto 100 anni, nel 1963 aveva pubblicato un singolare romanzo fantascientifico, Il cavallo venduto, ambientato in una spettrale Milano post apocalisse, di cui ci raccontò tutto il compianto Giuseppe Lippi in un bellissimo incontro al Jardin de l’Ange. Storica, anche se privata, rimase quell’anno la litigata a cena tra Stephen Frears (omaggio speciale del festival con due suoi noir del primo periodo: Gumshoe e Fail Safe) e Petros Markaris sulla questione Grecia-trojka europea, in cui i due per poco non arrivarono agli insulti, con Giorgio a trascinar via Markaris (strenuo difensore della Grecia vittima delle avide speculazioni dei banchieri europei) e io a cercar di distrarre Frears (che vedeva i greci come satrapi avvolti nei loro debiti eterni) con improvvisati discorsi frivoli per cui ebbi il provvidenziale aiuto del grande Adrian Wootton che aveva convinto Frears a venire da noi. E come dimenticare poi l’allegra ubriacatura di tutto il gruppo della Giuria Cinema, che durante il festival si era consolidato più di una classe di fine liceo, e che quasi ogni notte se ne andava a zonzo per Courmayeur cantando a squarciagola fino alle tre del mattino? Alla testa degli allegri ragazzi il Presidente, Dario Argento. Complici del decano dei film di paura: Vinicio Marchioni, Antonello Grimaldi, i già citati Carolina Crescentini e lo scrittore hard boiled più prolifico d’America Lawrence Block, e infine il maggiore editore francese di noir François Guérif. Eppure siamo stati anche seri, anzi serissimi, presentando il folgorante libro dei giornalisti d’inchiesta del «Guardian» Luke Daniel Harding e David Leigh: WikiLeaks. La battaglia di Julian Assange contro il segreto di Stato, o anche la ricognizione del terrificante strapotere mondiale delle mafie contenuta nel libro di Federico Varese Mafie in movimento. Tra i tanti film di quel fortunatissimo anno, quello del cuore è sicuramente l’irresistibile black comedy Bernie, un vero gioiello a firma Richard Linklater con Jack Black, Shirley MacLaine e Matthew McConaughey, mentre ricordo il ritorno di Poirot/David Suchet con il suo Assasssinio sull’Orient Express, la prima mondiale di Paranormal Xperience 3D, e l’attesissimo In Time di Andrew Niccol. E ancora il film di Sergei Bodrov A Yakuza’s Daughter Never Cries o la sceneggiatura di Guillermo Del Toro per Don’t be Afraid of the Dark con Katie Holmes e Guy Pearce. Ma gli indimenticabili, per ragioni opposte, sono senz’altro l’americano Margin Call, che affidava a Kevin Spacey, Paul Bettany, Jeremy Irons e Demi Moore (tra gli altri) il compito di spiegarci la crisi finanziaria globale del 2007 in cui eravamo ancora immersi nel 2011, e l’inglese We Need To Talk About Kevin, di Lynne Ramsey, con una stupefacente Tilda Swinton e l’intenso John C. Reilly. Concluderei con i premiati. La vittoria al cinema di Headhunters, il film di Morten Tyldum tratto dal romanzo di Jø Nesbo, l’autore norvegese che avevamo "battezzato" al Noir nel 2005 e che stava diventando ormai una star internazionale. Quella letteraria del duplice Chandler ad Andrea Camilleri e Petros Markaris che, come scrive Gosetti nel suo bel pezzo in catalogo, "sono proprio due facce della stessa medaglia, la brulicante Atene e la sonnolenta Vigata hanno la stessa lingua e ci rimandano una medesima immagine: un universo di caos in cui l’individuo cerca la logica e si arrende, magari con un sorriso, all’imprevedibilità dell’animo umano. E sceglie da che parte stare".

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